giovedì 4 novembre 2010

Racconto BluSuBianco: STUPIDI SOGNI


Incipit 7:

RINASCERE

Stamattina si è svegliata presto.
Un misto di ansia e gioia ha mosso tutti i suoi gesti: ha fatto il caffè
e per sbaglio ha versato un po’ di zucchero nel lavandino.
Non le è importato.
Il giornale era ancora sul tavolo e quando si è girata per prenderlo ha alzato gli occhi sulla finestra e ha visto la neve.
Si è avvicinata al vetro: una pioggia gelata, bianca, cadeva nel cortile a fiocchi spessi.
Non è riuscita a smettere di guardare.
Qualcosa ha cominciato a sciogliersi dentro di lei e a scorrerle lungo le braccia, le gambe.
Un po’ alla volta tutto è diventato nuovo, anche lei.
E non è che non abbia sentito il frastuono che viene dall’altra stanza.
Solo, non vuole muoversi, andare di là.
Si sente rinata ed è contenta di averlo fatto.

STUPIDI SOGNI

Non credeva che ne sarebbe stata capace. Oggi, al risveglio fissava la flebile luce che filtrava dalle tapparelle; il sottile pulviscolo che ballava attorno ai deboli raggi di sole, non era ancora in grado di capire se fosse una giornata più o meno serena, eppure dentro di sé sentiva già un moto diverso, qualcosa che di sicuro era nuovo per lei, qualcosa che non sentiva dentro da anni.

Pian piano la luce andava attenuandosi, forse uno scherzo del risveglio, quando i tuoi occhi stentano ancora ad aprirsi del tutto; ma i suoi erano ben aperti, e una domanda cresceva già nel suo cuore: . Associava troppo spesso il suo stato d’animo a piccoli, insignificanti “segni” che sembravano un monito dal mondo esterno; ma ora basta, non poteva più porsi domande, era il momento di alzarsi, era il momento di andare.

I suoi passi si muovevano ancora un poco incerti verso la cucina da cui arrivava una luce un po’ più chiara, una luce incoraggiante, seppur fosca e grigia. Le tapparelle erano rimaste alzate dalla sera prima, quando aveva osservato le stelle per un tempo interminabile prima di andare a dormire. Per un attimo aveva creduto di poterle contare, una a una, pur di non pensare all’idea che le si era formata in testa, a quella convinzione che le aveva mosso le parole in bocca con le quali aveva provocato la bufera del giorno prima. Così contava le stelle, per perdersi in quell’infinito abbraccio che le dava ancora un po’ di speranza. Come quando in riva al mare guardava l’interminabile distesa d’acqua e affidava a quella i suoi pensieri, sperando che se li sarebbe portati via lasciandola finalmente libera, serena; ma non è così che funzionano le cose, non è scacciando i propri scomodi desideri che si raggiunge la serenità, casomai assecondandoli, mettendoli davanti ai propri occhi e convincendosi che sono parte di noi, quello che non ha mai saputo fare per tanti anni della sua vita.

Per un attimo si ridesta dai propri pensieri e si ritrova davanti al lavello a fissare il vuoto. Un cucchiaino in mano, un po’ di zucchero versato. Com’era arrivata lì? Vagava troppo spesso nella sua fantasia, alla ricerca del momento perfetto, ma quello non esisteva, ritornò quindi a preparare la colazione, pur non sapendo nemmeno cosa la spingesse ancora a farlo.

Dall’altra stanza un debole fruscio, quasi lo scroscio attutito dell’acqua sugli scogli. Poi più niente. Forse se l’era immaginato. Come si immaginava tante cose, vivere felice, una casa, qualcuno di tenero e comprensivo che non aspetti altro che di farla sentire bene. Ad un tratto un sorriso comincia ad allargarsi sul suo viso; tutto questo era possibile, non era una delle sue stupide fantasie, ora lo capisce bene; quella persona esiste, una persona in grado di ridare quella particolare luce ai suoi occhi, quella luce che non vedeva brillare da così tanto tempo.

Solo un attimo, poi tutto svanisce, la luce si affievolisce intorno a lei, e di fuori sembrano quasi calare le tenebre. Un altro stupido sogno, e quel giornale posato sulla tavola a ricordarglielo: . Come poteva essere stata tanto stupida?

Un altro debole fruscio. Un altro ancora. Come il mare, si porta via i suoi pensieri, le sue parole, le grida che colpiscono violentemente l’orecchio che vuole smettere di sentire, cercare quell’improvvisa sordità che può darle finalmente pace, e raggiungerla, in un attimo. I suoi occhi sbarrati ripercorrono la sera prima e il suo cuore si ritrova improvvisamente in tumulto, in un battito incessante e assordante che le martella nelle orecchie. E poi, un fugace battito di ciglia, si ridesta, blocca il fastidioso borbottio del caffè sul fuoco che ormai schizza ovunque, mentre un debole sorriso riaffiora. Che stupida.

Si volta per versare il caffè, nelle tazzine, quel caffè che le trasmette tutta l’amarezza dentro il suo cuore, in un buco nero come quello che si è formato nella sua anima con un semplice monosillabo: .

Alzando però gli occhi per cercare di ridare a se stessa un po’ di contegno, si blocca. La caffettiera finisce a terra con un rumore assordante, ma lei sembra non sentirlo. I suoi occhi fissano il riquadro della finestra, e un’improvvisa luce l’abbaglia, ma non è quella luce, non è la solita luce, ha uno strano chiarore, quasi rasserenante seppure abbagliante, tanto che la costringe a schermarsi un po’ gli occhi per vedere meglio.

Un fruscio. Si trasforma in un tonfo sordo. Non esiste, esiste solo il suo sguardo ammaliato dai teneri fiocchi di neve che scendono fuori dalla finestra. Come gocce di luce trafiggono il suo cuore e lo inondano improvvisamente di una strana serenità. Una luce ritrovata, chiara, nuova, una luce che avvolge tutto, pura, incontaminata.

Un rumore ovattato (dei passi?) le giunge all’orecchio, ma i suoi occhi sono catturati da quel sogno, da quell’immagine di speranza, di rinascita che le cresce improvvisamente dentro; e poi, due calde braccia l’avvolgono, ed è come la neve che si scioglie dentro di lei, gli occhi lentamente si chiudono, e non è più un sogno, le parole che le giungono all’orecchio sono come acqua cristallina per lei:

In un attimo si cancella tutto, la telefonata di Carlo, le urla, le stelle, il mare infinito e quel vuoto dentro di lei. Si scioglie in un tenero bacio che riesce a donarle tutto il calore che ha cercato da tutta una vita.


T.M.


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